Tre cose diverse che finiscono in una parola sola
Prima dei numeri serve una separazione: nel discorso pubblico la parola "moda" copre tre fenomeni diversi per cause e per solidità.
Il primo è l'aumento delle diagnosi. È misurabile, è documentato in molti paesi e non lo nega nessuno.
Il secondo è la popolarità dell'ADHD sui social. Reale anche questa, studiata con metodo, e produce un problema concreto: l'autodiagnosi.
Il terzo è la sovradiagnosi clinica, cioè l'idea che i medici stiano attribuendo l'ADHD a chi non ce l'ha. Come accusa è la più pesante, ed è quella che regge meno sui dati italiani.
Le tre cose vengono scambiate di continuo: un articolo parte dal terzo punto, cita i numeri del primo e come prova mostra un video del secondo. Tenerle separate è già metà del lavoro.
Le diagnosi sono aumentate davvero, e non solo in Italia
Partiamo dal dato che dà ragione a chi la domanda se la pone.
Nel luglio 2026 il Journal of Psychopharmacology ha pubblicato una review di Barbara Sahakian e Christelle Langley, dell'Università di Cambridge, che raccoglie la ricerca recente su diagnosi e prescrizioni per l'ADHD nel mondo. La conclusione: l'aumento c'è, ed è trasversale a tutte le fasce d'età.
I numeri britannici sono i più dettagliati. In Inghilterra le prescrizioni di stimolanti sono cresciute del 32% negli adulti sopra i 18 anni nel 2021-22 e del 12% nei minori sotto i 17 dal 2022-23. È stata anche la prima volta, da quando esistono le rilevazioni, che più adulti che bambini hanno ricevuto questi farmaci.
Fra il 2000 e il 2018, negli uomini fra i 18 e i 29 anni, le diagnosi registrate sono aumentate di circa venti volte e le prescrizioni di quasi cinquanta.
Sono cifre che colpiscono. Ma una curva ripida non dice, da sola, se sta salendo troppo o se prima stava troppo in basso.
Il dato che spiega più di tutti: 4 a 1 nei bambini, quasi 1 a 1 negli adulti
Nella stessa review c'è una frase che rende inutile buona parte del dibattito. Il rapporto fra i sessi nelle diagnosi di ADHD in età infantile e adolescenziale, scrivono gli autori, era di circa 4 a 1 fra maschi e femmine. In età adulta è invece quasi 1 a 1.
Se l'ADHD riguardasse davvero quattro maschi per ogni femmina, e se le diagnosi pediatriche fotografassero la realtà, negli adulti il rapporto dovrebbe restare più o meno quello. Non esiste alcun meccanismo biologico noto che faccia comparire l'ADHD nelle donne dopo i vent'anni.
L'unica spiegazione che regge è che una parte enorme di quelle bambine l'ADHD ce l'avesse già, e non sia stata vista. Lo dicono gli autori: lo spostamento riflette un migliore riconoscimento di come l'ADHD si presenta nelle ragazze e negli adulti, gruppi storicamente sottodiagnosticati.
Una precisazione che quasi nessuno fa e che qui pesa: quel 4 a 1 e quell'1 a 1 sono rapporti fra diagnosi, non fra casi reali. Misurano ciò che il sistema ha registrato, non la prevalenza reale. Ed è proprio per questo che il confronto è eloquente: sta misurando lo scarto fra chi da bambino veniva visto e chi no.
Se sei una donna e hai iniziato a sospettare l'ADHD a trenta o quarant'anni, questo numero descrive la tua situazione meglio di qualunque aneddoto. Non sei in ritardo su una moda: appartieni alla generazione di bambine che alla valutazione non venivano mandate, perché non tiravano le sedie. Abbiamo raccontato per esteso la dinamica in perché la diagnosi nelle donne arriva a quarant'anni.
In Italia il +28,9% di cui hai letto riguarda i bambini
Il 6 agosto 2026 l'AIFA ha pubblicato il Rapporto OsMed 2025, e una riga ha fatto il giro dei titoli: "gli incrementi più marcati riguardano i trattamenti per l'ADHD come il metilfenidato (+28,9%)".
È un numero vero, ma il contesto della frase, quasi sempre tagliato, è esplicito: quel blocco del rapporto parla di bambini e adolescenti sotto i 18 anni.
Nello stesso paragrafo l'AIFA scrive che nel 2025 la prevalenza d'uso di psicofarmaci sotto i 18 anni ha raggiunto lo 0,64%, circa 6,4 bambini su mille, con una crescita del 12,1% in un anno e consumi triplicati dal 2016. Il metilfenidato è la voce che cresce di più dentro quel 12,1%, davanti ad aripiprazolo (+14,6%) e risperidone (+13,3%).
Quindi chi cita il +28,9% come prova che gli adulti si fanno diagnosticare l'ADHD per moda sta usando un dato pediatrico per parlare d'altro.
C'è poi una riga dello stesso comunicato che ai titoli non arriva: "il consumo di psicofarmaci in età pediatrica in Italia rimane sensibilmente inferiore rispetto ai livelli registrati in altri contesti internazionali (in Francia la prevalenza è dell'1,61%, negli USA supera il 24%)". Anche dopo l'aumento siamo sotto la metà del livello francese.
Il divario italiano: quasi un milione di adulti stimati, ventimila ingressi in sei anni
Ecco il confronto che rende difficile sostenere l'ipotesi della moda. Il DSM-5 indica una prevalenza di ADHD attorno al 5% nei bambini e al 2,5% negli adulti. Quel 2,5% viene dalla meta-analisi di Simon e colleghi sul British Journal of Psychiatry del 2009, con intervallo di confidenza fra 2,1 e 3,1. Una revisione sistematica globale del 2021 sul Journal of Global Health stima al 2,58% l'ADHD adulto persistente e al 6,76% quello sintomatico, misurato a prescindere dall'esordio infantile.
Applicando il 2,5% alla popolazione italiana, l'Associazione Italiana Famiglie ADHD APS, un'associazione di pazienti da non confondere con l'Agenzia Italiana del Farmaco, ha calcolato circa 948.000 adulti fra i 18 e i 67 anni con ADHD e circa 317.000 minori fra i 6 e i 17: in totale circa 1.265.000 persone. Sono elaborazioni sui dati ISTAT al primo gennaio 2025: stime applicate, non una rilevazione epidemiologica italiana. Abbiamo verificato che l'aritmetica torni con la demografia reale.
Adesso il termine di paragone. Dal Registro di monitoraggio AIFA per il metilfenidato, presentato da Pier Paolo Olimpieri dell'Ufficio Registri di Monitoraggio a un convegno a Roma nell'ottobre 2025, risulta che da maggio 2019 a giugno 2025 sono entrati circa 20.000 nuovi pazienti.
Quei 20.000 però sono pazienti di tutte le età, bambini compresi, perché la presentazione non li disaggrega. Il confronto onesto è dunque fra circa 948.000 adulti stimati e circa 20.000 ingressi in terapia in sei anni su tutte le fasce d'età: un rapporto di quasi cinquanta a uno. Chiamare "moda" un fenomeno con questi ordini di grandezza richiede una certa immaginazione.
Perché in Italia gli adulti in terapia sono così pochi
La ragione è strutturale.
Fino all'autunno del 2023 il metilfenidato era rimborsato negli adulti soltanto in continuità terapeutica: potevi proseguirlo da grande se lo avevi iniziato prima dei diciotto anni. Chi riceveva la prima diagnosi da adulto restava fuori.
È cambiato con la determina AIFA AAM/PPA n. 659/2023, in Gazzetta Ufficiale n. 244 del 18 ottobre 2023 ed efficace dal giorno dopo, che ha esteso a Medikinet, metilfenidato a rilascio modificato, l'indicazione rimborsata dal SSN per l'ADHD nella popolazione adulta di nuova diagnosi. Medikinet risulta oggi l'unico metilfenidato con l'indicazione rimborsata dal SSN per l'adulto di nuova diagnosi.
Rileggi la data: 19 ottobre 2023. In Italia la porta per gli adulti di nuova diagnosi si è aperta meno di tre anni fa.
Questo cambia il senso di qualunque grafico in salita. Quando un accesso resta chiuso per decenni e poi si apre, i primi anni non misurano una moda: misurano un arretrato che si scarica tutto insieme. Vale anche per le diagnosi arrivate tardi, un tema che abbiamo separato dai suoi equivoci in insorgenza tardiva o diagnosi tardiva.
Sul funzionamento pratico di ricetta e Piano Terapeutico il dettaglio è nella guida ai farmaci per l'ADHD negli adulti in Italia.
Come sta l'Italia rispetto agli altri paesi
Il confronto internazionale più solido è uno studio osservazionale pubblicato su Lancet Psychiatry nel 2018, che ha analizzato l'uso di farmaci per l'ADHD in tredici paesi e una regione amministrativa speciale, su 154,5 milioni di persone.
Nel 2010, fra gli adulti dai 19 anni in su, la prevalenza d'uso andava dallo 0,003% all'1,48%. Il dato aggregato per l'Europa occidentale era 0,03%, quello nordamericano 1,42%: quasi cinquanta volte tanto. Nei bambini e adolescenti fra i 3 e i 18 anni la forbice era simile: 0,70% contro 4,48%.
Due avvertenze. L'Italia non era fra i paesi analizzati, quindi lo 0,03% dell'Europa occidentale è un ordine di grandezza dell'area, non una misura italiana. E sono dati riferiti al 2010: da allora molto si è mosso.
Restano utili per la scala. Il paese in cui il discorso sull'ADHD come fenomeno di massa nasce e si alimenta, gli Stati Uniti, quindici anni fa aveva un consumo negli adulti di due ordini di grandezza superiore a quello dell'Europa continentale. Importare quel dibattito e applicarlo all'Italia significa discutere di un problema che qui, numeri alla mano, ha dimensioni diverse.
La moda sui social esiste, ed è documentata
Qui invece la preoccupazione è fondata, e sarebbe scorretto non dirlo. Uno studio del 2022 sul Canadian Journal of Psychiatry ha analizzato i cento video sull'ADHD più popolari di TikTok: il 52% è risultato fuorviante, il 27% racconto di esperienza personale, solo il 21% utile. I contenuti fuorvianti erano caricati in maggioranza da non professionisti sanitari.
Un lavoro del 2025 su JMIR Infodemiology, sui 125 video più apprezzati fra luglio 2021 e novembre 2023, ha trovato numeri quasi identici: 50,4% fuorvianti, 30,4% esperienze personali, 19,2% utili.
Il dato più interessante di questo secondo studio non riguarda i video ma i commenti. Su 600 analizzati, 220, cioè il 36,7%, esprimevano identificazione con i comportamenti mostrati, e 32 con l'ADHD stesso. Gli autori avvertono in modo esplicito che il meccanismo può favorire diagnosi errate.
Metà dei contenuti più visti è impreciso e più di una persona su tre fra chi commenta ci si riconosce: non è un buon punto di partenza per capire qualcosa di sé. Il problema non è che i social parlino di ADHD: è che un video di trenta secondi non può distinguere fra un tratto che hanno un po' tutti e un disturbo che compromette il funzionamento. Su questo abbiamo scritto cosa succede quando ci si autodiagnostica dai video.
La sovradiagnosi clinica: la tesi più fragile delle tre
Resta il terzo pezzo, quello che di solito si dà per scontato: i clinici diagnosticherebbero troppo.
La review di Cambridge la affronta, e va riportata come fanno gli autori, cioè da entrambi i lati. Registrano che c'è stato molto dibattito su sovradiagnosi e sovraprescrizione, e che sono state sollevate domande legittime sul rischio di medicalizzare difficoltà di attenzione comuni. E citano gli autori secondo cui nel Regno Unito non ci sono evidenze che una sovradiagnosi sia in corso.
C'è di più, ed è un passaggio che a questo articolo converrebbe tacere. Fra i fattori che la review indica dietro l'aumento della prevalenza compaiono la tecnologia digitale, gli stili genitoriali, gli incentivi scolastici e le pratiche diagnostiche. Non è un elenco che assolve tutto: tre voci su quattro danno parzialmente ragione agli scettici.
La conclusione degli autori è misurata: ci sono stati miglioramenti reali nel riconoscere un disturbo storicamente trascurato, e forse anche un certo grado di sovra-identificazione in alcuni contesti. "Forse un certo grado in alcuni contesti" non è "una moda", ed è quanto di più vicino a un'accusa si trovi in una review che la letteratura l'ha letta tutta.
Un ultimo elemento contro l'ipotesi della corsa all'etichetta facile: in Inghilterra l'attesa per una valutazione ADHD va dai due ai quindici anni. Non è il profilo di un sistema che distribuisce diagnosi con leggerezza.
Cosa questi numeri non dimostrano
Un articolo che usa i dati per smontare una tesi deve dire dove i suoi dati sono deboli. La stima di 948.000 adulti italiani con ADHD applica una prevalenza internazionale alla popolazione italiana: è costruita bene, ma resta una stima, non una rilevazione fatta qui.
I 20.000 ingressi nel Registro AIFA riguardano il solo metilfenidato, nelle tre specialità monitorate: Ritalin, Medikinet ed Equasym. Non contano chi assume atomoxetina o lisdexamfetamina, né chi ha una diagnosi senza terapia farmacologica. Le persone diagnosticate in Italia sono quindi più di 20.000: quante di più, non lo sappiamo.
I dati sulle prescrizioni cresciute del 32% e sul rapporto quasi 1 a 1 vengono dal Regno Unito, non dall'Italia: descrivono una direzione, non la nostra posizione lungo quella direzione.
E il rapporto 1 a 1 va letto insieme a un'ipotesi alternativa: che le donne adulte siano più propense degli uomini a chiedere una valutazione. Anche fosse, resterebbe da spiegare perché da bambine non ci arrivassero.
Niente di questo cambia la conclusione, ma cambia il grado di certezza con cui va detta. In Italia i dati disponibili non sostengono l'ipotesi della sovradiagnosi, il che non equivale a dimostrare che non esista da nessuna parte.
E se sei arrivato fin qui perché la domanda riguarda te, il punto è un altro. Che il fenomeno collettivo sia moda o recupero di diagnosi mancate, il tuo caso singolo lì non si decide: si decide con una valutazione clinica. Uno screening come il nostro serve a capire se vale la pena fare quel passo, non è una diagnosi. Il percorso lo abbiamo mappato in come si arriva alla diagnosi da adulto.
Fonti scientifiche
Gli studi citati sono peer-reviewed e reperibili su PubMed: ho verificato che nessuno risulti ritirato. I dati italiani vengono da AIFA; le stime di prevalenza sono elaborazioni di un'associazione di pazienti.
- Sahakian BJ, Langley C (2026). The increasing use of cognitive enhancing drugs by those with ADHD and neurotypical individuals. Journal of Psychopharmacology, 15 luglio 2026. DOI 10.1177/02698811261466620. Rapporto fra i sessi, dati inglesi e tempi di attesa sono ripresi dalla sintesi degli autori su The Conversation, 7 agosto 2026.
- Simon V et al. (2009). Prevalence and correlates of adult attention-deficit hyperactivity disorder: meta-analysis. British Journal of Psychiatry, 194(3):204-211. DOI 10.1192/bjp.bp.107.048827
- Song P et al. (2021). The prevalence of adult attention-deficit hyperactivity disorder. Journal of Global Health, 11:04009. DOI 10.7189/jogh.11.04009
- Raman SR et al. (2018). Trends in attention-deficit hyperactivity disorder medication use. Lancet Psychiatry, 5(10):824-835. DOI 10.1016/S2215-0366(18)30293-1
- Yeung A, Ng E, Abi-Jaoude E (2022). TikTok and Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder. Canadian Journal of Psychiatry, 67(12):899-906. DOI 10.1177/07067437221082854
- Sieferle K et al. (2025). Quality and Perception of ADHD Content on TikTok. JMIR Infodemiology, 5:e75973. DOI 10.2196/75973
- Agenzia Italiana del Farmaco, Rapporto OsMed 2025, comunicato del 6 agosto 2026. aifa.gov.it
- Associazione Italiana Famiglie ADHD APS, comunicato stampa dell'ottobre 2025 sui dati del Registro di monitoraggio AIFA per il metilfenidato e stime dei casi attesi su popolazione ISTAT 2025.
- Determina AIFA AAM/PPA n. 659/2023, Gazzetta Ufficiale n. 244 del 18 ottobre 2023, sull'estensione a Medikinet dell'indicazione rimborsata nell'adulto di nuova diagnosi.
Domande frequenti sull'ADHD come moda
L'ADHD è davvero una moda?
Le diagnosi sono aumentate, in Italia e altrove. Ma qui i numeri vanno nella direzione opposta: a fronte di circa 948.000 adulti con ADHD stimati da un'associazione di pazienti sui dati ISTAT, il Registro di monitoraggio AIFA per il metilfenidato conta circa 20.000 nuovi pazienti di tutte le età fra maggio 2019 e giugno 2025. Un divario di quasi cinquanta a uno.
Perché oggi tante donne ricevono la diagnosi di ADHD da adulte?
Perché in età pediatrica il rapporto fra diagnosi maschili e femminili è di circa 4 a 1, mentre in età adulta è quasi 1 a 1. Non esiste un meccanismo che faccia comparire l'ADHD nelle donne dopo i vent'anni: quel divario racconta bambine con l'ADHD che nessuno aveva riconosciuto.
Il +28,9% del metilfenidato nel rapporto AIFA riguarda gli adulti?
No, è un dato pediatrico. Nel Rapporto OsMed 2025, pubblicato il 6 agosto 2026, quell'incremento sta nel blocco dedicato ai minori di 18 anni, la cui prevalenza d'uso di psicofarmaci ha raggiunto lo 0,64% con una crescita del 12,1% in un anno. Applicarlo agli adulti significa usare un dato che non li riguarda.
TikTok sta facendo aumentare le diagnosi sbagliate di ADHD?
Il rischio è documentato. Uno studio del 2025 su JMIR Infodemiology ha classificato come fuorviante il 50,4% dei 125 video sull'ADHD più apprezzati, e fra i commenti 220 su 600 esprimevano identificazione con i comportamenti mostrati. Gli autori avvertono che il meccanismo può favorire diagnosi errate: riconoscersi in un video non è un dato clinico.
Come si distingue l'ADHD da un tratto che hanno un po' tutti?
La differenza non sta nel singolo comportamento ma in tre condizioni: che i segnali ci siano fin dall'infanzia, che si manifestino in più contesti di vita e che compromettano davvero il funzionamento. Nessun test online, incluso il nostro, può stabilirlo: uno screening serve a capire se ha senso chiedere una valutazione clinica.