Che cosa vuol dire doppia eccezionalità
Doppia eccezionalità è la traduzione dell’inglese twice-exceptionality, e descrive una situazione precisa: una persona che presenta contemporaneamente una plusdotazione intellettiva e una condizione del neurosviluppo, per esempio un ADHD, un disturbo dello spettro autistico o un disturbo specifico dell’apprendimento.
Il nome è utile perché nomina qualcosa che altrimenti sembra una contraddizione. Nella testa di quasi tutti, e spesso anche in quella dei clinici, essere molto capaci e avere un problema di attenzione sono cose che si escludono a vicenda. Se sei intelligente, il ragionamento va, allora non puoi avere un disturbo dell’attenzione: al massimo sei svogliato.
Questa idea è sbagliata, e la ricerca lo dice da anni. La revisione più citata sul tema conclude che l’ADHD resta una diagnosi valida anche in presenza di intelligenza elevata, e che le caratteristiche cliniche sono le stesse osservate nelle persone con quoziente intellettivo nella media.
Va detta però anche una cosa che quasi nessuno dice: la plusdotazione non è una diagnosi. Non è una condizione medica, non ha un codice, e in letteratura i criteri usati per definirla cambiano parecchio da uno studio all’altro. Questo rende i dati sulla doppia eccezionalità difficili da confrontare, ed è il motivo per cui su questo tema girano molti numeri e poche certezze.
Perché se ne parla quasi solo per i bambini
Se cerchi informazioni in italiano sulla doppia eccezionalità, quasi tutto quello che trovi riguarda l’età scolare: come riconoscere il bambino plusdotato con difficoltà, cosa può fare l’insegnante, quali strumenti compensativi chiedere.
Questo ha una spiegazione semplice: il tema è entrato in Italia dalla porta della scuola, dove esiste un sistema che deve identificare i bisogni educativi e rispondere. Nell’età adulta quel sistema non c’è, e la domanda non ha un posto dove atterrare.
Il risultato è che chi arriva a quarant’anni con questa storia trova materiale scritto per i genitori di un bambino di dieci. Riconosce il meccanismo, non si riconosce nella descrizione, e conclude che non fa al caso suo.
La parte adulta invece esiste ed è specifica, perché nell’adulto il compenso ha avuto decenni per consolidarsi, e la vita ha alzato le richieste organizzative in un modo che la scuola non fa mai.
Il QI alto non protegge, nasconde
Qui c’è lo studio che spiega meglio di ogni altro perché queste diagnosi arrivano tardi, ed è un lavoro condotto su adulti che non avevano ancora ricevuto alcun trattamento.
I ricercatori hanno confrontato 51 adulti con ADHD e 33 persone senza diagnosi, sottoponendoli a una batteria ampia di test sulle funzioni esecutive. Poi hanno diviso il gruppo con ADHD in due, in base al quoziente intellettivo.
Il risultato è netto. Il gruppo con ADHD e QI nella media mostrava prestazioni peggiori dei controlli su molte prove, come ci si aspetterebbe. Il gruppo con ADHD e QI elevato invece risultava sostanzialmente allineato ai controlli sani nella maggior parte delle misure, con un’unica eccezione rilevante negli errori di commissione, che sono la traccia dell’impulsività.
Tradotto: due persone possono avere lo stesso disturbo, e nei test una risulta compromessa e l’altra no. Non perché il disturbo sia diverso, ma perché l’intelligenza sta pagando il conto al posto suo.
Questo ha una conseguenza pratica che vale la pena mettere in chiaro: un profilo neuropsicologico nella norma non esclude l’ADHD in una persona plusdotata. Se ti è già capitato di uscire da una valutazione con la frase che è tutto nella norma e la sensazione che non fosse vero, questo studio descrive il motivo per cui poteva succedere.
Come si riconosce in un adulto: guarda il divario, non la media
La chiave non è il livello, è la discontinuità. Il rendimento di un adulto due volte eccezionale non è basso, è irregolare in un modo che non torna.
- Eccellenza dove basta capire in fretta: esami passati studiando in due giorni, presentazioni improvvisate che vanno benissimo, problemi complessi risolti prima degli altri.
- Crolli dove serve costanza: il progetto lungo, la pratica burocratica, la cosa noiosa che va fatta ogni settimana. Non è che riesce peggio, è che spesso non parte proprio.
- Il divario fra potenziale percepito e risultati: tutti ti hanno detto che potevi fare molto di più, e tu ci hai creduto e non hai capito perché non succedesse.
- Noia come sintomo: non la noia leggera, quella fisicamente insopportabile davanti a un compito sotto la propria soglia di stimolo.
- Interessi verticali e a ondate: mesi di immersione totale in un argomento, competenza che diventa notevole, e poi abbandono senza rimpianto.
- Perfezionismo che blocca: lo standard interno è alto, quello che riesci a produrre in condizioni normali non lo raggiunge, e il compito non viene consegnato affatto.
Nessuno di questi elementi da solo significa niente. È il quadro insieme, e soprattutto la sua persistenza fin dall’infanzia, a essere informativo.
Le tre strade sbagliate
Quando le due cose convivono e nessuno le riconosce insieme, i percorsi che si prendono sono tipicamente tre, e nessuno funziona.
La prima: vedi solo la plusdotazione. La persona viene letta come brillante, e le difficoltà organizzative diventano un difetto di carattere. È la storia di chi si è sentito ripetere per trent’anni che con il suo potenziale è un peccato, come se fosse una scelta.
La seconda: vedi solo l’ADHD. Il disturbo viene riconosciuto ma il livello cognitivo no, e gli obiettivi vengono tarati troppo in basso. La persona migliora sui sintomi e resta comunque insoddisfatta, perché il problema non era arrivare alla sufficienza.
La terza, la più comune: non vedi nessuno dei due. Il compenso funziona abbastanza da produrre risultati accettabili, e per anni nessuno si accorge di quanto costa produrli. Questa è la strada che porta la maggior parte degli adulti a chiedere una valutazione solo dopo un crollo.
Quanto costa il compenso, e quando smette di reggere
Compensare significa ottenere lo stesso risultato per una strada più cara. L’adulto plusdotato con ADHD non usa le funzioni esecutive come farebbe un altro: usa velocità, memoria, capacità di ricostruire al volo quello che non ha seguito.
Funziona finché due condizioni reggono: che ci sia margine di tempo per il recupero dell’ultimo minuto, e che le energie ci siano. La scuola e l’università sono ambienti in cui entrambe le condizioni ci sono quasi sempre.
Il punto in cui il sistema cede è quasi sempre lo stesso, ed è il momento in cui la vita smette di chiedere di capire e comincia a chiedere di gestire. Un ruolo di responsabilità con più fili aperti insieme. Una casa. Dei figli. Sono tutte situazioni in cui non c’è una notte in bianco che possa recuperare, perché la richiesta è continua e distribuita.
È il momento in cui molti adulti brillanti si trovano per la prima volta a non farcela, e la loro spiegazione è quasi sempre la peggiore possibile: che erano sopravvalutati, o che si sono rovinati. Su cosa succede quando il compenso salta abbiamo un approfondimento dedicato: l’ADHD ad alto funzionamento negli adulti.
Cosa succede in valutazione, e cosa può andare storto
Una valutazione per ADHD in un adulto plusdotato ha una difficoltà in più, ed è utile saperlo prima di entrarci.
Gli strumenti di screening chiedono quanto spesso capitano certe cose. Una persona che ha passato la vita a costruire strategie risponde in base al risultato finale, non alla fatica: se poi le scadenze le rispetti, tendi a rispondere che non le manchi, anche se per rispettarle hai un sistema di dodici sveglie.
Nei test cognitivi, come abbiamo visto, il compenso può portare i punteggi dentro la norma. Il clinico che guarda solo il valore complessivo non vede niente. Quello che guarda la distanza fra i sottotest, e la distanza fra il profilo cognitivo e il funzionamento reale nella vita, vede molto di più.
Ecco perché il racconto conta quanto i numeri, e perché va portato con esempi concreti invece che con valutazioni di sé. Non serve dire che sei disorganizzato: serve raccontare che per andare a una riunione delle nove imposti tre allarmi e comunque arrivi trafelato.
Perché non basta essere intelligenti per organizzarsi
C’è un equivoco alla radice di tutta questa storia, ed è utile smontarlo con precisione perché è quello che tiene ferme le persone per anni.
L’equivoco è pensare che l’organizzazione sia una funzione dell’intelligenza. Se sei sveglio dovresti riuscire a ricordarti le scadenze, a iniziare le cose per tempo, a non perdere le chiavi. Da cui la conclusione: se non ci riesci, o non sei sveglio come sembra, oppure non ti impegni.
Ma capire e fare passano da sistemi diversi. La capacità di afferrare un concetto complesso e la capacità di avviare un compito noioso a un orario stabilito non sono la stessa risorsa, e nell’ADHD è la seconda a essere in difficoltà. È il motivo per cui una persona può spiegare benissimo perché è importante fare una cosa e non riuscire a farla.
C’è un secondo elemento che complica il quadro nelle persone plusdotate, ed è il rapporto con la noia. Un compito sotto la propria soglia di stimolo non è semplicemente poco interessante: diventa quasi impossibile da sostenere. E purtroppo gran parte di quello che tiene in piedi una vita adulta, dalle scadenze fiscali alle mail da smaltire, sta esattamente sotto quella soglia.
Questo spiega un fenomeno che chi ci convive conosce bene: si riesce a fare la cosa difficile e non la cosa facile. Non è pigrizia selettiva, è che la cosa difficile porta con sé lo stimolo necessario a partire, e la cosa facile no. Sulle funzioni esecutive negli adulti abbiamo un approfondimento dedicato: le funzioni esecutive nell’ADHD adulto.
Cosa portare allo specialista
Se decidi di fare una valutazione, questi elementi cambiano la qualità del colloquio.
- La storia scolastica completa, comprese le lodi. I giudizi del tipo capace ma non si applica sono materiale clinico, non un aneddoto.
- Gli esempi del divario: due o tre situazioni recenti in cui hai fatto benissimo una cosa difficile e non sei riuscito a fare una cosa banale.
- Le strategie che usi, per intero. Sono la misura di quanto stai compensando, e spesso chi le usa non le considera degne di nota.
- Eventuali valutazioni cognitive precedenti, anche vecchie e anche scolastiche, con i punteggi dei singoli sottotest e non solo il totale.
- Il momento in cui è cambiato qualcosa: quando hai iniziato a non farcela, e che cosa era successo nella tua vita in quel periodo.
Una guida generale su come prepararsi è qui: cosa portare alla prima visita per l’ADHD.
Cosa fare adesso
Se ti sei riconosciuto, la cosa più utile non è cercare un test della plusdotazione. È far valutare l’ADHD, perché è la parte che ha una diagnosi, una terapia e un percorso.
Il nostro percorso di screening gratuito usa strumenti validati e restituisce un profilo con i punteggi per area. In un adulto plusdotato il valore di quel profilo non sta tanto nel punteggio totale, che il compenso può tenere basso, quanto nell’avere qualcosa di scritto da mettere accanto al racconto del divario.
E se una valutazione l’hai già fatta e ti è stato detto che è tutto nella norma, questo articolo ti dà un motivo concreto per chiedere di guardare meglio, invece di concludere che il problema eri tu.
Domande frequenti
Se ho un QI alto posso comunque avere l’ADHD?
Sì. La revisione della letteratura sulla validità della diagnosi in presenza di intelligenza elevata conferma che l’ADHD resta una diagnosi valida, con le stesse caratteristiche cliniche osservate nelle persone con QI nella media. L’intelligenza alta non è un fattore protettivo: cambia solo quanto il disturbo è visibile dall’esterno.
Perché i test neuropsicologici mi risultano normali?
Perché possono essere compensati. In uno studio su adulti con ADHD mai trattati, il gruppo con QI più elevato mostrava prestazioni sostanzialmente sovrapponibili ai controlli sani nella maggior parte delle prove esecutive, mentre il gruppo con QI nella media risultava chiaramente compromesso. Un risultato nella norma non esclude l’ADHD in una persona plusdotata.
La plusdotazione è una diagnosi?
No, non è una diagnosi medica e non esiste un criterio unico riconosciuto per identificarla. In letteratura i criteri usati variano molto, ed è uno dei motivi per cui i dati sulla doppia eccezionalità sono difficili da confrontare fra loro. L’ADHD invece è una diagnosi clinica con criteri definiti.
Come si riconosce la doppia eccezionalità in un adulto?
Dal divario fra aree, non dal livello medio. Chi ha entrambe le condizioni tende ad avere risultati molto alti dove conta capire in fretta e risultati molto sotto le proprie possibilità dove servono costanza, pianificazione e consegna nei tempi. È la discontinuità a essere informativa, e va portata allo specialista in modo esplicito.
Perché la diagnosi arriva spesso dopo i trent’anni?
Perché fino a quel momento il compenso ha funzionato. A scuola e all’università si può reggere con l’intelligenza e con studi concentrati all’ultimo momento. Quando aumentano le richieste organizzative, con un ruolo di responsabilità, una casa da gestire o dei figli, la strategia smette di bastare e i sintomi diventano visibili.
Fonti
- Rommelse N, van der Kruijs M, Damhuis J, Hoek I, Smeets S, Antshel KM, Hoogeveen L, Faraone SV (2016). An evidenced-based perspective on the validity of attention-deficit/hyperactivity disorder in the context of high intelligence. Vai allo studio
- Milioni ALV, Chaim TM, Cavallet M et al. (2017). High IQ may mask the diagnosis of ADHD by compensating for deficits in executive functions in treatment-naive adults with ADHD. Vai allo studio
- Cheek CL, Garcia JL, Mehta PD, Francis DJ, Grigorenko EL (2023). The exceptionality of twice-exceptionality: examining combined prevalence of giftedness and disability using multivariate statistical simulation. Vai allo studio