Cosa ha trovato lo studio
Lo studio, firmato da O'Nions e colleghi e pubblicato sul British Journal of Psychiatry nel 2025, ha usato i dati delle cure primarie britanniche per confrontare oltre 30.000 adulti con diagnosi di ADHD con un gruppo di confronto di oltre 300.000 persone simili per età, sesso e ambulatorio. Con il metodo delle tavole di mortalità, ha stimato l'aspettativa di vita dei due gruppi.
Il risultato, riportato dagli autori: una riduzione apparente dell'aspettativa di vita per gli adulti con ADHD diagnosticato di circa 6,8 anni per gli uomini e 8,6 anni per le donne, con intervalli di confidenza ampi (secondo la letteratura indicizzata su PubMed, DOI 10.1192/bjp.2024.199). È un dato che colpisce, ed è giusto prenderlo sul serio. Ma per capirlo serve guardare oltre il numero.
Prima di allarmarti: 3 cose da capire
1. Riguarda adulti già diagnosticati
Lo studio ha incluso solo persone con una diagnosi formale di ADHD, che nel Regno Unito sono circa 1 adulto con ADHD su 9. Chi arriva alla diagnosi da adulto tende ad avere quadri più complessi e più condizioni associate. Gli autori avvertono espressamente che i risultati potrebbero non valere per l'intera popolazione di adulti con ADHD, la maggioranza dei quali non è ancora diagnosticata.
2. È una media statistica, non una previsione su di te
Un'aspettativa di vita ridotta "in media" in un gruppo non dice nulla di certo sulla singola persona. Non è un conto alla rovescia individuale: è un segnale di salute pubblica su una popolazione, utile per capire dove intervenire.
3. Non è l'ADHD che "uccide"
Il punto più importante: l'ADHD non è una malattia mortale e non accorcia la vita in modo diretto. Il divario nasce da fattori indiretti, in gran parte modificabili, di cui parliamo qui sotto.
Perché esiste questo divario
Le ragioni dietro il dato sono indirette e si possono affrontare. Le principali:
- Condizioni associate spesso non trattate. L'ADHD adulto si accompagna frequentemente ad ansia, depressione, disturbi del sonno e, in una parte dei casi, a uso problematico di sostanze. Quando queste condizioni non vengono riconosciute e curate, pesano sulla salute complessiva.
- Comportamenti a rischio e incidenti. Impulsività e difficoltà di regolazione possono tradursi in maggiore esposizione a incidenti e a scelte rischiose.
- Bisogni di cura non soddisfatti. Diagnosi tardive, percorsi frammentati e difficoltà di accesso ai servizi lasciano molte persone senza il supporto di cui avrebbero bisogno, sia per l'ADHD sia per le condizioni associate.
In altre parole: il divario non racconta una condanna biologica, racconta un problema di riconoscimento e di assistenza. Ed è esattamente per questo che è affrontabile.
La frase che i titoli saltano
Vale la pena citare la conclusione degli stessi autori, perché ribalta la lettura allarmistica. Scrivono che la riduzione dell'aspettativa di vita è "probabilmente causata da fattori di rischio modificabili e da bisogni di supporto e trattamento non soddisfatti", sia per l'ADHD sia per le condizioni mentali e fisiche che lo accompagnano.
Tradotto: la maggior parte di ciò che produce quel divario si può cambiare. Non con una formula magica, ma con le cose che funzionano davvero, riconoscimento, cura, supporto continuativo. È un messaggio molto diverso da "gli adulti con ADHD sono spacciati", che è esattamente l'opposto di quello che lo studio dice.
La buona notizia: la cura riduce il rischio
Se lo studio sull'aspettativa di vita fotografa il problema, un'altra grande ricerca mostra che la direzione della soluzione è concreta. Uno studio svedese su scala nazionale, pubblicato su JAMA nel 2024 e che ha seguito quasi 150.000 persone con ADHD, ha osservato che l'inizio della terapia farmacologica si associava a una mortalità più bassa, con una riduzione del rischio nell'ordine di circa un quinto, particolarmente marcata per le morti per cause non naturali, come incidenti e avvelenamenti accidentali (secondo la letteratura indicizzata su PubMed, Li e colleghi, DOI 10.1001/jama.2024.0851).
Non è una garanzia individuale, e ogni terapia va valutata con lo specialista soppesando benefici e rischi. Ma il quadro complessivo è coerente: trattare l'ADHD, e con esso le condizioni associate, non migliora soltanto la qualità della vita quotidiana, sembra incidere anche su esiti di salute molto seri. Del resto, le terapie per l'ADHD negli adulti hanno una solida base di efficacia sui sintomi (Cortese e colleghi, 2018, DOI 10.1016/S2215-0366(18)30269-4).
Cosa puoi fare concretamente
Se questo studio ti tocca da vicino, la risposta utile non è la paura, è l'azione. In ordine di concretezza:
- Arrivare a una diagnosi. Non si può curare ciò che non si conosce. Se sospetti un ADHD non riconosciuto, un primo screening orientativo è il passo di partenza, seguito da una valutazione specialistica. Vedi come ottenere la diagnosi ADHD in Italia.
- Trattare anche ciò che gira intorno all'ADHD. Ansia, depressione, sonno, uso di sostanze: sono spesso questi i fattori che pesano di più sulla salute. Affrontarli, insieme all'ADHD, è parte della cura, non un dettaglio.
- Curare lo stile di vita, senza colpevolizzarsi. Sonno regolare, attività fisica, gestione dello stress e relazioni di supporto non sono banalità: sono leve reali, soprattutto quando l'ADHD viene riconosciuto e non lasciato a sé stesso.
- Non restare da solo. Un percorso seguito, con uno specialista di riferimento, vale molto più di tanti tentativi isolati.
Se questi temi ti pesano: leggere di mortalità può generare ansia, ed è del tutto comprensibile. Ricorda che lo studio parla di medie di gruppo, non di te, e che la direzione è di speranza: ciò che conta è in gran parte affrontabile. Se ti senti in difficoltà o hai pensieri che ti spaventano, parlarne con il tuo medico o con un professionista della salute mentale è già un primo passo importante. Non sei solo in questo.
"Quanti anni toglie l'ADHD?" La risposta onesta
È la domanda che molti digitano dopo aver letto i titoli. La risposta onesta è che non esiste un numero da applicare a sé stessi. Le stime dello studio (circa 6,8 anni per gli uomini e 8,6 per le donne) sono medie su un gruppo di adulti già diagnosticati, con intervalli di incertezza ampi, riferite a uno specifico sistema sanitario. Non sono una sentenza sul singolo, e non tengono conto del fatto che diagnosi, cura e supporto possono spostare l'ago.
La lettura corretta non è "ho l'ADHD, quindi vivrò X anni in meno". È "il divario osservato dipende da fattori su cui posso agire, e farlo conta". La differenza tra le due frasi è enorme, ed è tutta la differenza tra la paura e la possibilità.
Il messaggio di fondo
Studi come questo hanno un valore: rendono visibile un problema reale di salute pubblica, l'ADHD adulto a lungo sotto-riconosciuto e sotto-curato, e spingono i sistemi sanitari a migliorare. Ma per la singola persona il messaggio non deve essere la rassegnazione. Deve essere il contrario: se un divario nasce da bisogni non soddisfatti, allora soddisfarli, riconoscere l'ADHD, curarlo bene, gestire ciò che lo accompagna, è proprio la via per ridurlo.
E il primo, semplice passo è spesso quello che molti rimandano da anni: capire se quello che vivono ha davvero un nome. Per il quadro più ampio sulla qualità della vita con l'ADHD e su come si arriva a una diagnosi, le nostre guide sono un buon punto di partenza.
menu_bookFonti (PubMed)
O'Nions E et al., Br J Psychiatry 2025 (DOI 10.1192/bjp.2024.199); Li L et al., JAMA 2024 (DOI 10.1001/jama.2024.0851); Cortese S et al., Lancet Psychiatry 2018 (DOI 10.1016/S2215-0366(18)30269-4).
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