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La storia, in breve
Achille Costacurta ha poco più di vent'anni ed è cresciuto sotto i riflettori, come figlio di due personaggi molto noti. Dietro la notorietà, però, ci sono stati anni di sofferenza reale: un'adolescenza difficile, percorsi in comunità, problemi con le sostanze e un periodo segnato da grande fragilità. È una parte della sua vita che lui stesso ha scelto di raccontare pubblicamente, con l'obiettivo dichiarato di aiutare altri ragazzi che vivono qualcosa di simile.
Il punto di svolta, ha spiegato, è arrivato nel maggio 2024, alla clinica Santa Croce in Svizzera, dove era in cura. È lì che è arrivata la diagnosi. È lì che i medici gli hanno diagnosticato per la prima volta un ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Achille ha descritto quel momento con parole nette: scoprire di avere l'ADHD è stato come "vedere la luce", trovare finalmente una spiegazione a tante cose che fino ad allora non tornavano.
"La diagnosi è arrivata tardi": il cuore della vicenda
Il dettaglio più importante, e quello che rende questa storia utile a tante famiglie, è il tempo. La diagnosi è arrivata tardi, dopo anni di difficoltà. Martina Colombari ha raccontato di aver intuito fin dai primissimi anni del figlio che qualcosa non andava: lo vedeva diverso, fatica a seguire le regole, e dentro di sé sentiva che non poteva trattarsi soltanto di un ragazzo discolo o capriccioso.
Per anni, però, a quella percezione è mancato un nome. È un'esperienza comune: i segnali dell'ADHD vengono spesso letti come problemi di carattere o di disciplina. Il bambino irrequieto, l'adolescente che non rispetta le regole e va male a scuola viene etichettato come "difficile" o "ribelle", invece che riconosciuto come una persona con un disturbo del neurosviluppo che ha bisogno di essere capito e accompagnato. Quando manca questa lettura, l'ADHD resta invisibile, mentre attorno si accumulano frustrazione, conflitti e, in alcuni casi, comportamenti a rischio.
La diagnosi, quando finalmente è arrivata, ha dato un nome a quella "differenza" che la madre percepiva da sempre. E ha trasformato il modo di guardare al passato: non più una catena di colpe e ribellioni, ma il segno di una difficoltà reale rimasta troppo a lungo senza risposta.
I segnali c'erano, e stavano a scuola
C'è un dettaglio che Achille ha raccontato e che vale più di molte spiegazioni teoriche. Alle elementari, ha detto, gli fu comunicato che lo avrebbero promosso, ma che l'anno successivo avrebbe dovuto cambiare scuola.
È una frase che moltissime famiglie italiane hanno sentito, in una versione o nell'altra. E dice due cose insieme. La prima è che il problema era visibile: nessuno stava ignorando un bambino tranquillo, la scuola vedeva benissimo che qualcosa non funzionava. La seconda è che la risposta è stata organizzativa e non clinica, cioè spostare il bambino altrove invece di chiedersi perché facesse così fatica.
È il punto in cui, in Italia, si perdono più diagnosi. I comportamenti dell'ADHD non passano inosservati, anzi disturbano, e proprio per questo vengono letti come un problema di condotta. Il bambino diventa il caso difficile della classe, la famiglia viene convocata per parlare del comportamento, e nessuno di questi passaggi porta a una valutazione neuropsichiatrica.
Se stai leggendo perché ti riconosci in questa storia da adulto, è probabile che nel tuo passato scolastico ci siano frasi simili nei giudizi. Non sono aneddoti: in una valutazione per ADHD in età adulta sono materiale clinico, perché servono a dimostrare che i sintomi c'erano prima dei 12 anni. Su questo abbiamo una guida dedicata: cosa portare alla prima visita.
ADHD e dipendenze: il legame che questa storia mostra
C'è un aspetto della vicenda che ha basi scientifiche solide ed è importante spiegare con chiarezza, senza allarmismi. L'ADHD non riconosciuto e non trattato è un fattore di rischio per lo sviluppo di problemi con le sostanze.
Secondo la letteratura indicizzata su PubMed, una grande meta-analisi del 2017 che ha esaminato oltre 760.000 persone ha stimato che l'ADHD in età evolutiva raddoppia circa il rischio di sviluppare in seguito un disturbo da uso di sostanze (Groenman e colleghi, DOI 10.1016/j.jaac.2017.05.004). Gli stessi autori concludono che proprio per questo serve una diagnosi precoce, per intervenire in tempo e prevenire conseguenze gravi.
Un fattore di rischio, non una condanna
È fondamentale leggere bene questo dato. "Raddoppiare il rischio" non significa che chi ha l'ADHD diventerà dipendente: la maggior parte delle persone con ADHD non sviluppa dipendenze. Significa che un ADHD lasciato senza riconoscimento e senza supporto rende quella strada più probabile, anche perché alcune persone, senza saperlo, finiscono per "automedicarsi" il disagio. Ed è esattamente il motivo per cui riconoscere l'ADHD presto cambia le cose.
La diagnosi come punto di svolta
La parte più importante della testimonianza di Achille non è la difficoltà, ma quello che è successo dopo. Capire di avere l'ADHD non è stata un'etichetta in più: è stata una chiave di lettura. Avere finalmente un nome per le proprie difficoltà gli ha permesso di affrontarle nel modo giusto, dentro un percorso di cura, e ha accompagnato la sua uscita dalle dipendenze.
È un messaggio che vale ben oltre il singolo caso: la diagnosi non serve a "incasellare" una persona, serve a darle gli strumenti. Sapere cosa si ha di fronte permette di scegliere le terapie giuste, di smettere di colpevolizzarsi e di costruire strategie che funzionano. Per molte persone, soprattutto quando la diagnosi arriva da adulti, è proprio questo il momento in cui qualcosa, finalmente, si sblocca.
Se stai attraversando un momento difficile: se tu o una persona a cui tieni vivete una sofferenza profonda o pensieri che spaventano, non restare solo con quel peso. In Italia puoi chiamare Telefono Amico Italia al 02 2327 2327, o in caso di emergenza il 112. Chiedere aiuto non è un fallimento: è il primo passo, lo stesso che ha cambiato molte storie, compresa quella raccontata qui.
Cosa ha raccontato dopo la diagnosi
Dopo quel maggio 2024 Achille ha scelto di parlarne pubblicamente più volte, in interviste al Corriere della Sera e nel podcast One More Time di Luca Casadei. Ha spiegato di essere in terapia farmacologica per l'ADHD, e ha descritto la diagnosi come il momento da cui è ripartito.
Vale la pena essere precisi su un punto, perché è il motivo per cui molte persone arrivano su questa pagina: quello che sappiamo è quello che lui ha deciso di rendere pubblico, e riguarda il suo percorso con l'ADHD. La sua vita privata di oggi non è materia di cui possiamo scrivere, e non lo faremo.
Quello che invece si può dire, e che riguarda anche te se ti stai facendo delle domande, è come lui ha descritto l'effetto della diagnosi: non una guarigione, ma una spiegazione. Aver capito perché certe cose gli riuscivano impossibili ha cambiato il modo in cui guardava indietro. È l'esperienza che raccontano quasi tutti gli adulti che ricevono una diagnosi tardiva, e ne parliamo in ADHD in età adulta e diagnosi tardiva.
Il ruolo della famiglia
Un altro elemento prezioso della testimonianza è il ruolo dei genitori. Martina Colombari ha raccontato di aver seguito, insieme al marito, un percorso formativo pensato per i genitori, per imparare a capire e a sostenere il figlio dopo la diagnosi. E secondo Achille, è stato proprio dopo che i genitori hanno compreso meglio l'ADHD che il loro rapporto è migliorato.
L'ADHD non riguarda mai solo la singola persona: coinvolge tutta la famiglia. Genitori che si sentono impotenti o in colpa, fratelli, partner. Capire che dietro certi comportamenti c'è un disturbo, e non cattiva volontà, cambia il modo di stare insieme e apre la strada a un aiuto reale. Anche per questo l'informazione corretta, e il superamento dello stigma, contano enormemente.
Perché in Italia queste diagnosi arrivano così tardi
La storia di Achille Costacurta ha avuto risonanza perché riguarda una famiglia nota, ma il ritardo diagnostico che racconta non ha niente di eccezionale. È la norma italiana, e ha ragioni precise.
La prima è che per decenni l'ADHD è stato considerato una faccenda dell'infanzia, destinata a risolversi crescendo. Un adolescente o un giovane adulto che ne avesse i sintomi non aveva un posto dove portarli: i centri specializzati erano quasi tutti di neuropsichiatria infantile, e il passaggio all'età adulta interrompeva il percorso invece di continuarlo.
La seconda è che i sintomi vengono letti come carattere. Irrequieto, svogliato, ribelle, capriccioso: sono le parole con cui una generazione intera si è sentita descrivere. Sono giudizi morali su una persona, non osservazioni cliniche su un funzionamento, e proprio per questo non portano da nessuna parte.
La terza è che quando arrivano le conseguenze, si trattano quelle. Se un ragazzo finisce in difficoltà con le sostanze, o smette di andare a scuola, l'attenzione si sposta tutta sull'emergenza. È comprensibile, ma significa che si affronta il problema visibile e non quello che c'era sotto. Achille ha ricevuto la diagnosi mentre era in cura per altro, ed è esattamente questo meccanismo.
Qualcosa si sta muovendo, ma lentamente. Sui cambiamenti concreti degli ultimi anni, farmaci compresi, abbiamo una guida aggiornata: cosa è cambiato in Italia per l'ADHD adulto. E sui tempi reali del canale pubblico, che restano il vero collo di bottiglia, vedi le liste d'attesa per la diagnosi in ASL.
Se questa storia ti somiglia
Molte persone arrivano a interessarsi dell'ADHD partendo da una storia raccontata da altri. Non è un modo meno legittimo di altri per farsi una domanda, ma va gestito con una premessa: riconoscersi nel racconto di qualcuno non è una diagnosi, e i sintomi dell'ADHD sono aspecifici. Difficoltà di attenzione, impulsività e disorganizzazione possono venire anche da un disturbo del sonno, da un quadro ansioso o depressivo, o da un periodo di sovraccarico prolungato.
Quello che ha senso fare, se la domanda ti è rimasta addosso, è portarla a qualcuno che sa distinguere. E arrivarci con qualcosa in mano invece che con un racconto a memoria: il nostro percorso di screening gratuito comprende l’ASRS dell’OMS e quattro moduli costruiti sui criteri usati in clinica, parte con un test di 5 minuti e restituisce un profilo con i punteggi per area, da mostrare allo specialista.
Un'ultima cosa, che vale soprattutto per chi si riconosce nella parte più dura di questa storia. La diagnosi non cancella gli anni passati e non li rende meno pesanti. Quello che cambia è la spiegazione: smettere di leggere il proprio passato come una sequenza di colpe e cominciare a leggerlo come una difficoltà reale rimasta senza nome per troppo tempo.
Cosa insegna a tutti noi
Al di là dei nomi noti, questa storia parla a chiunque. I punti da portare a casa:
In questa vicenda il punto non è il cognome ma il ritardo della diagnosi: chi ha passato anni a spiegare tutto con il carattere può usare un test ADHD gratuito per decidere se parlarne con uno specialista.
- La diagnosi tardiva è la norma, non l'eccezione. Moltissimi adulti scoprono l'ADHD solo dopo anni di difficoltà mai spiegate. Riconoscerlo, anche tardi, cambia la prospettiva.
- I segnali non vanno liquidati come "carattere". Irrequietezza, impulsività, difficoltà a seguire le regole o a concentrarsi possono avere una spiegazione, e una via d'uscita.
- Riconoscere presto protegge. Visto il legame tra ADHD non trattato e comportamenti a rischio, arrivare alla diagnosi è anche una forma di prevenzione.
- La diagnosi è un inizio, non una fine. Dà strumenti, riduce la colpa, apre alla cura.
Per capire meglio come l'ADHD si manifesta e si intreccia con ansia e umore, possono aiutarti le guide su come capire se hai l'ADHD, su ADHD e ansia e su scoprire l'ADHD da adulti.
menu_bookNota su fonti e metodo
La ricostruzione si basa sulle dichiarazioni pubbliche di Achille Costacurta e Martina Colombari riportate dalle principali testate italiane (tra cui Corriere della Sera, Il Messaggero, Fanpage) e dalle loro interviste televisive. I dati clinici sono tratti dalla letteratura scientifica.
Riferimenti scientifici (PubMed): Groenman AP et al., J Am Acad Child Adolesc Psychiatry 2017 (DOI 10.1016/j.jaac.2017.05.004); Faraone SV et al., Neurosci Biobehav Rev 2021 (DOI 10.1016/j.neubiorev.2021.01.022).
Riconoscere l'ADHD presto cambia le cose
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